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Martedì, 21 Settembre 2021

Il caro dei prezzi energetici e i margini produttivi

Lo “spread” dell'energia si chiama “spark spread”, ed è la differenza tra il prezzo nazionale dell'energia elettrica e il costo del combustibile, utilizzato nelle centrali che la producono, in questo caso il gas. Se a questa si sottrae anche il costo della CO2 si ottiene il clean spark spread, ovvero il margine del produttore.

CSS mensile21

Visionando i dati spot del clean spark spread mensile si nota come questi si siano ridotti da inizio 2021 passando da 7,2 €/MWh di gennaio a 3,4 €/MWh di ottobre, con marginalità negative a maggio (-2,5 €/MWh).

Considerati i lockdown del 2020, confrontiamo il CSS spot del mese front (ottobre 21) con quelli di ottobre 2019.

CSS spot ottobre

Spacchettando i prezzi dei sottostanti notiamo come rispetto allo stesso periodo di 2 anni fa la CO2 sia raddoppiata, il power sia triplicato, il gas quadruplicato, e il CSS si sia ridotto di oltre il 70%.

Nel dettaglio calcoliamo il CSS ipotizzando un impianto termoelettrico a ciclo combinato con rendimento gas dello 0,4915 (per produrre 1 MWh di energia elettrica sarà necessario bruciare quasi 2 MWh di gas) e un coefficiente di carbonio pari a 0,4 (riferimento da Alba Soluzioni).

CSS ottobre21= 57,5 – (17,25/0,4915) – (26,54*0,4) = 11,6

CSS ottobre19= 174,4 – (71,2*0,4915) – (59,69*0,4) = 3,4

Quindi l’aumento dei prezzi non è stato causato da un incremento della marginalità dei produttori, bensì dai costi dei sottostanti.

Anche sul lungo periodo troviamo un quadro analogo allo spot, con margini che per il momento non hanno guadagnato il “segno meno” ma che si sono notevolmente ridotti.

prezzi forward

Ipotizzando un impianto termoelettrico con le stesse caratteristiche del precedente, spacchettiamo i sottostanti del prezzo relativo al prodotto Cal22:

CAL22

La marginalità forward dei produttori si è ridotta meno rispetto a quella del breve termine (-70,7% vs -44,2%) perché gli incrementi dei sottostanti sono stati minori rispetto a quelli dello spot.

Quindi le aziende e i consumatori finali non sono gli unici a pagare il prezzo del caro energia, questo ricade anche sui produttori che subiscono una diminuzione importantissima dei margini di produzione.

E gli spread delle centrali a carbone?

In Italia il carbone è una tecnologia marginale che contribuisce circa per il 6% alla produzione elettrica. L’impennata dei prezzi gas partita a marzo ha reso più costosa la produzione a gas, rispetto a quella a carbone di conseguenza lo switching price è diventato favorevole alla produzione a carbone.

Clean Dark Spread

Sulla parte breve nonostante l’impatto dei prezzi CO2 sulla produzione a carbone sia più alto rispetto al gas, a causa del più alto coefficiente di carbonio, il coal rimane comunque più vantaggioso, con ampie marginalità ai produttori. Sul lungo periodo la situazione rimane la medesima con quotazioni di carbone solo poco più economiche rispetto al breve.  

Purtroppo essendo una tecnologia marginale in Italia, la produzione a carbone non riesce comunque a calmierare i prezzi del gas a causa del forte deficit di offerta.

Quindi nel nostro Paese, se il gas costa meno del carbone, i produttori smettono di produrre a carbone, ma viceversa, a causa della marginalità di questa tecnologia, la stessa cosa non è possibile.

In Germania la situazione è leggermente diversa, poiché il carbone contribuisce circa al 40% della produzione elettrica nazionale. Nel breve termine la disponibilità di produzione a carbone non riesce comunque a soddisfare la domanda e ad impattare al ribasso sui prezzi gas. Tuttavia sul lungo periodo lo switching cost è favorevole al gas.

In conclusione sebbene il Italia il carbone sia una commodity energetica residuale da un punto di vista quantitativo, in Europa rimane una tecnologia ancora fondamentale per il bilancio energetico totale. L’aumento del gas più che proporzionale rispetto al carbone ha creato una forbice ampia tra gli spread gas e carbone sostenuta dal costo della CO2 e dal deficit di offerta.

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