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Mercoledì, 08 Maggio 2019

La trasformazione del mercato del petrolio

L’aumento del prezzo della benzina ha portato l’attenzione ancora una volta sul mercato del greggio. La cancellazione delle esenzioni USA all’importazione di petrolio iraniano per alcuni Paesi come la Cina e l’India, unite alle tensioni geopolitiche in Libia e Venezuela, hanno causato la contrazione dell’offerta. Il blocco al petrolio iraniano ha lo scopo di indebolire politicamente la Repubblica islamica e indirettamente sostenere l’esportazione dello shale oil. Nell’ultima settimana di aprile il Brent è salito toccando i 74 $/b insieme al Wti che si è portato a 65,7 $/b, ambedue ai massimi livelli degli ultimi 6 mesi. Sul fronte produttivo i sauditi non sembrano intenzionati ad intervenire poiché la contrazione dell’offerta sostiene i prezzi. Lato fondamentali il rischio di un bullish trend è duplice: l’aumento del costo dei combustibili frena i consumi, l’aumento dell’inflazione spinge al rialzo i tassi di interesse frustrando l’azione delle banche centrali. Tuttavia il mercato del petrolio è decisamente cambiato.

Il ruolo dei nuovi produttori

Con gli shock petroliferi del passato il rischio geopolitico causava una contrazione nell’offerta di greggio e un forte aumento del prezzo, innescando l’inflazione con effetti recessivi. Oggi però, grazie allo shale oil, gli Stati Uniti sono diventati il primo produttore al mondo con 12 milioni b/g rispetto agli 11 di Russia e ai 10,5 di Arabia Saudita. E Paesi come il Canada (4,3 milioni b/g) producono più di Iran (3,4 milioni b/g) o Kuwait (2,8 milioni b/g). La produzione nord americana, però, non è decisa da un governo, un cartello o da Trump, ma da tante imprese private che operano in concorrenza sul mercato e che pertanto reagiscono unicamente all’andamento atteso dei prezzi. Questo nuovo mercato del petrolio è quindi estremamente reattivo e capace di aumentare rapidamente la produzione a fronte di un incremento dei prezzi.

L’assenza di correlazione tra PIL e inflazione

Il PIL è funzione del livello generale dei prezzi, la cui variazione nel tempo è l’inflazione. Un aumento del PIL mondiale, come accaduto negli ultimi dieci anni (+4% rispetto ai precedenti trenta) grazie a Cina e Paesi emergenti, non ha portato ad un aumento proporzionale inflattivo.

Questo perché l’aumento del PIL non è stato causato da un aumento dei prezzi (che avrebbero impattato sull’inflazione) ma da interventi di politica monetaria di natura straordinaria.

Analizzando le principali economie mondiali vediamo che:

  • l’Europa e il Giappone sono alle prese con il rischio di deflazione (il PIL si riduce perché i consumatori rimandano gli acquisti facendo scendere sia il PIL che l’inflazione)
  • negli Stati uniti, nonostante il tasso di disoccupazione più basso rispetto al passato e quindi un’economia in espansione, non si verificano aumento dei prezzi e dell’inflazione

Quindi, in presenza di eventi straordinari, le due variabili si disallineano. Poiché nella maggior parte delle economie mature oggi si è verificata una crescita di PIL superiore rispetto al passato, che non ha tuttavia causato un aumento inflattivo, è improbabile che il solo aumento del prezzo delle materie prime come il petrolio sia sufficiente a causare un aumento dei prezzi dell’indice al consumo.

I nuovi effetti del binomio alti prezzi-elevata produzione

Diversamente da quanto accaduto in passato, cambia oggi la geolocalizzazione del binomio alti prezzi-elevata produzione poiché i ricavi petroliferi di un Paese non dipendono solo dal livello assoluto dei prezzi ma anche dalle quantità vendute. Nel caso dell’Arabia Saudita, ad esempio, i benefici della politica di restrizione dell’offerta vanno valutati soprattutto sul piano delle entrate che, grazie ai maggiori prezzi raggiunti ad aprile, cominciano ad essere confrontabili con quelle del periodo di maggiore produzione a prezzi più bassi. Per contro gli Stati Uniti stanno consolidando sempre più la loro posizione beneficiando sia di un costante aumento della produzione che dell’aumento dei prezzi. Quindi la correlazione alti prezzi-elevata produzione si sta realizzando ma, paradossalmente, nel continente nordamericano.

In conclusione in questa nuova struttura di mercato non è più l’offerta a stabilire il prezzo ma l’attività finanziaria attraverso i contratti futures. Prevedere oggi il prezzo del petrolio significa prevedere gli andamenti delle Borse, dalle conseguenze delle sanzioni all’Iran alle decisioni dell’Opec.

 

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Comunicazioni, Approfondimenti, Maggio 2019